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Un glossario ironico e utile per chi vuole fare bella figura con i creativi.

Nel magico mondo del graphic design esistono parole che sembrano semplici, ma che nascondono insidie degne di un labirinto di Adobe Illustrator. Alcune vengono usate a caso, altre vengono completamente fraintese. Eppure, basterebbe conoscerle davvero per risparmiare malintesi, impaginazioni disastrose e silenzi carichi di giudizi passivo-aggressivi…
Ecco 10 parole che, una volta capite, ti faranno sembrare un vero insider!
“Aumentami un po’ il tracking, che mi sembra stretto…”
Il tracking è lo spazio uniforme tra tutte le lettere di una parola. Se allarghi il tracking, stai “arieggiando” tutto il testo. Se lo stringi, lo stai facendo sudare.
Sì, ma non è il tracking.
Il kerning è lo spazio tra due lettere specifiche, e serve per evitare fastidiosi buchi visivi tipo “A V” o “T o”. È il dettaglio che distingue una locandina fatta bene da quella con scritto “PA STA” invece di “PASTA”…
No, non sta sanguinando niente.
Il bleed è il margine che si aggiunge al file di stampa per evitare bordi bianchi indesiderati. È quel mezzo centimetro che salverà il tuo volantino da un taglio sbilenco. Non metterlo = il tipografo ti odierà.
Spoiler: più sono, meglio è.
DPI = Dots Per Inch. Serve a definire la risoluzione di un’immagine. Per il web bastano 72 DPI. Per la stampa, almeno 300. Se mandi un logo in 72 DPI per una gigantografia… stai solo mandando un enorme “NO”.
Una parola elegante per dire “immagine a pixel”.
Un file raster (tipo .jpg o .png) è composto da puntini. Se lo ingrandisci troppo, si sgrana. Non importa se “ti sembra abbastanza grande”: se è raster, e piccolo, il risultato sarà pixel-art involontaria.
Il Santo Graal del logo perfetto.
Un file vettoriale (tipo .ai, .svg, .eps) si può ingrandire all’infinito senza perdere qualità. È ciò che ogni grafico spera di ricevere quando chiede “il logo in alta definizione”. No, uno screenshot del sito non vale.
La faida più nota dopo quella tra PC e Mac.
CMYK (ciano, magenta, giallo, nero) è per la stampa. RGB (rosso, verde, blu) è per il digitale. Se usi un colore RGB per un catalogo stampato, aspettati delle sorprese. E non belle.
“Fammi un layout al volo” è la frase che precede ogni burnout.
Il layout è la struttura visiva di un progetto: come si distribuiscono testi, immagini, spazi. Non è solo “buttare due foto su una slide”. È architettura visiva. Con regole, proporzioni e un sacco di “così non funziona”.
Effetto wow, senza il prodotto reale.
Un mockup è una simulazione realistica di un progetto grafico su un supporto (come una tazza, un cartellone, una shopper). Serve per presentare un’idea e farla sembrare già pronta. Photoshop è pieno di mockup gratuiti… basta saperli usare.
Font è il file, typeface è il carattere. Ma chi lo sa davvero?
In teoria, “Helvetica” è una typeface. Il font è Helvetica Bold 12 pt. Nella pratica, puoi anche chiamarlo semplicemente “font” e il mondo continuerà a girare. Ma se vuoi far colpo su un designer hipster, ora hai l’arma giusta.
Il graphic design ha il suo linguaggio, proprio come ogni mestiere. Conoscerne i termini – o almeno non confonderli – può fare la differenza tra un confronto efficace e un simpatico caos creativo.
Ora che sai cosa dire (e cosa no), affrontare un progetto grafico sarà tutta un’altra storia. Meno confusione, più chiarezza. E magari anche qualche sorriso in più in call 🙂